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Ecco cosa prova un’attrice sul palco e davanti allo specchio: ce ne parla Sara Borsarelli

Sara Borsarelli

La via del teatro non è via semplice. È fatta di impegno e fatica. Ti mette a nudo, ti sfida di continuo. Spariglia le carte della tua identità con ruoli femminili sempre differenti. Nei quali ti specchi e, al tempo stesso, ti nascondi. Abbiamo chiesto a Sara cosa prova un’attrice “allo specchio”, nel privato e in scena.

La scena come specchio che restituisce un’immagine di sé: parziale, intera?

Ho sempre avuto un rapporto conflittuale con le superfici riflettenti. Che mi costringono a vedere una parte di me che non vuole essere vista. E nascondono la migliore.

Lo specchio che nasconde e lo specchio che svela.

Lo specchio di Profondo rosso che nasconde e svela al tempo stesso l’immagine dell’assassina. Lo specchio della favola di Biancaneve che svela la verità: la regina non è la più bella del reame.

Nella vita di tutti i giorni i miei passaggi allo specchio si possono contare sulle dita di una mano. Nel mio lavoro invece il discorso cambia. E cambia anche lo specchio.

Non sono attrice per mostrami ed esibirmi, ma per nascondermi e scomparire.

E in questo lo specchio che mi aspetta in camerino è mio complice, è dalla mia parte, mi aiuta e soprattutto non mi giudica. Mi aspetta e ha fiducia in me.

Non come lo specchio che mi ritrovo in casa, furfante che non me ne passa una, che devo convincere del fatto che posso uscire di casa anche con questa faccia e che non devo per forza piacere a tutti.

 

Travestimento, trucco e maschera: che significato assumono?

Sono sempre soddisfatta quando all’uscita da teatro le persone che erano in sala non mi

riconoscono o fanno fatica ad associarmi con la persona che hanno visto sul palco. Significa che ho fatto un buon lavoro.

Nel caso di cinema e televisione, è diverso. La mia immagine è curata da professionisti del trucco, dell’acconciatura, dei costumi. Con i quali non sempre ho la possibilità di dire la mia e, se posso dire la mia, devo comunque scendere a compromessi.

  

Il caleidoscopio dei ruoli femminili: quale analogia con le donne che hai interpretato?

I personaggi con cui ho sentito più affinità sono quelli più lontani e con cui ho meno in comune. Quei personaggi, cioè, che mi hanno nascosto meglio.

Ad esempio Varja ne Il giardino dei ciliegi di Checov, regia di Giancarlo Nanni. Si tratta di una donna sfiorita prima del tempo, dedita del tutto alla famiglia d’adozione, molto lontana dalla mia tempra emotiva.

O Nina Simone che, in “Nina-Montreux 1976”, regia e testo di Nicola Russo, interpreto non tanto come artista, cantante e musicista, quanto nel suo stare in scena sentito come uno stare in gabbia, nel vivere la propria voce come una limitazione alla libertà e al desiderio di essere solo una pianista. Un monologo come un flusso di pensieri che diventa riflessione sulla scena e sul rapporto con il pubblico. In molte cose mi differenzio dal personaggio di Nina. Ma la diversità sulla quale ho dovuto lavorare di più è quella che riguarda la voce. Potrei definirla una differenza ontologica: per Nina la voce, l’uso della voce era una condanna alla quale le era impossibile sottrarsi Alla fine degli anni 50, ma anche in seguito purtroppo, era inaccettabile che un’artista e donna di colore intraprendesse la carriera di pianista classica. I neri dovevano cantare, ballare, suonare jazz blues o R&B, ma la musica classica era e doveva rimanere appannaggio dei bianchi, meglio se uomini. Lei si vide costretta a usare la voce se voleva continuare a esibirsi.

Ecco. Nulla di più lontano da me dalla mia formazione e dalla natura stessa del lavoro di attrice. Se non potessi usare la voce  sarei finita come artista. Mi rimarrebbe il corpo, ma non essendo una danzatrice o un mimo, mi ritroverei mutilata. Questo è stato lo scoglio più difficile da superare nella mia interpretazione, ma alla fine, come spesso accade, è stata proprio questa differenza incolmabile ad aver dato allo spettacolo quell’originalità che è stata poi riconosciuta da buona parte del pubblico.

 

Azioni e reazioni del pubblico come superficie che riflette, respinge o assorbe?

Il famigerato, agognato, detestato pubblico. Quello che in prima fila sembra ti guardi attonito e poi alla fine mi applaude fino a spellarsi le mani. Quello che ha una reazione scomposta ed esagerata su una battuta che forse nemmeno avevo davvero compreso. Quello che esiste solo se esisti tu e viceversa. Quello che forse sa più cose di me su di me. D’altronde, il personaggio è nella testa dello spettatore, diceva John Wayne.

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